La tempesta perfetta

tempesta perfettaMercato notturno a Hong Kong, la città del signore dei visti.

Cosa fai quando ti rifiutano il visto? Tu non saprei. Io me ne vado in Thailandia!

Ma andiamo con ordine…

Genesi di una tempesta perfetta

Il 24 agosto, nel bel mezzo della ristrutturazione della grafica di Sapore di Cina e della revisione completa di Cinaimportazioni.it e Chinaimportal.com (per motivi che spiegherò la settimana prossima), parto alla volta di Hong Kong per rinnovare il mio visto cinese, che scade il 26.

Notizie pervenute da vari piccioni viaggiatori mi fanno presagire il peggio (niente rinnovo del visto) così, con quella furbizia che raramente mi contraddistingue, carico tutto i valori che possiedo nel mio fidato zaino Ferrini (poveretto, ha quattordici anni) e prendo l’aereo per Shenzhen, antico villaggio di pescatori trasformatosi in capitale dell’industria manifatturiera mondiale dopo la svolta al capitalismo capitanata da Deng Xiao Ping.

Mentre le incombenze lavorative mi costringono a lavorare non dico in aereo, ma persino durante la corsa in autobus che mi porta all’aeroporto di Pudong (sì, noi business men prendiamo l’autobus…), mi distraggo a fantasticare su cosa diavolo farò se mi rifiutano il visto.

Me ne resto a Hong Kong? Noooo, esti caru ke fogu (è caro come il fuoco, locuzione sarda che significa “è carissimo”).

Vado a Taiwan? A settembre, nel ben mezzo dei monsoni? No way!

Cambogia? No, ci sono le elezioni e sembra che le cose non stiano andando troppo bene.

Tornare in Sardegna? Hmmm ammetto che ci ho pensato però ho appena rinnovato l’assicurazione sanitaria internazionale. E poi sono in Asia da soli sei mesi… bisognerà pur ammortizzarlo ‘sto volo intercontinentale Cagliari-Shanghai che ho preso a febbraio, no?

Ma poi Furio perché fai tanto il pessimista? Mica rifiuteranno il visto proprio a te, prominente blogger di fama interplanetaria. Ma sì, vedrai che ti daranno un bel visto da sei mesi e potrai tornare a Shanghai e stare con quella ragazza che sarà pure più pazza di un cavallo skizzofrenico però, o forse proprio per quello, ti piace tanto.

Il signore dei visti

Il signore dei visti che ha sede in Mody Road, Tsim Sha Tsui, Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong però non è del mio stesso parere. Mi guarda sorridente e mi fa:

“Hmmm vediamo, a te ti diamo quattordici giorni di visto.”

“Come quattordici giorni,” gli faccio, “non mi date nemmeno due mesi?” rispondo io ammiccando, ben sapendo che in Cina i problemi sono tanti ma spesso risolvibili.

“Quattordici giorni se sei fortunato. In caso contrario te ne diamo solo sei. IL PROSSIMO,” grida il supremo signore dei visti, congedandomi.

Un kazako che mi ricorda tanto Thomas Hanks in “The Terminal” mi prende sottobraccio e mi consola. Io, persona pratica, penso che con sei giorni non ci faccio una mazza. Me ne servono almeno quattordici per fare un visto per un qualsiasi altro paese, trovare un nuovo inquilino per la mia stanza (in modo da recuperare i due mesi di affitto già pagati), spedire un pacco in Italia (giacché non ho intenzione di viaggiare con giacche invernali e scarponi da montagna) e, dulcis in fundo, far tornare i siti web operativi. Sennò non si mangia!

In fremente attesa

Passerò così due veementi giornate all’ostello BackPackers di Hong Kong, dove condivido una minuscola stanzetta senza finestra (ma abbiamo una bellissima ventola, l’ho chiamata Giuditta, come Benigni ne “Il Piccolo Diavolo”) con Lena, che sta tornando a Istanbul dopo due anni di Cina, Jorge, visarunner boliviano che aspetta il suo visto per rientrare in Cina e Bo, mitico gestore di un cinema a luci rosse nel quel di Amsterdam e, tra le altre cose, da mesi in viaggio attraverso l’Asia.

Otto di sera.

Sto in stanza perché è l’unico posto dove riesco a beccare la connessione internet e senza non posso proprio lavorare. Sorry. Istanbul girl è in giro. Jorge al solito dorme. Bo legge un libraccio di mille pagine, La Storia Completa dell’India. Sti cazzi…

“Are you up for a beer?” mi fa Bo.

“No Bo, non posso iniziare a bere birra alle otto, devo lavorare.” Bo esce dalla stanza, torna con una birra e continua a leggere beato nella sua brandina di cartapesta.

Nove e diciasette.

“Are you up for a beer?” mi fa Bo.

“No Bo, sto ancora lavorando.” Bo esce dalla stanza, torna con una birra e si rimette a leggere.

Undici e venticinque.

“Are you up for a beer?” mi fa Bo.

“Yes, ho il cervello a mollo…”

E così che, in un lunedì come un altro, la finisco a bere birra Tsingdao sino alle tre del mattino con Bo e Alejandro, catalano che vive a due passi da casa mia, sulla Yan An Road, a Shanghai.

Sì, è ovviamente anche lui qui per rinnovare il visto.

Finalmente il visto

Martedì mattina, il viso un po’ sfatto per la nottata passata a parlare di fotografia e delle puttane di Amsterdam, mi presento di nuovo alla corte del Signore dei Visti.

“Sei fortunato, quattordici giorni.”

Bene, mi dico.

Passerò le due settimane successive a trovare un coinquilino per la mia stanza a Shanghai (trovata, una bellissima francesina così rompiballe che voleva che le firmassi un contratto con su scritto che non potrò tornare in Cina sino a febbraio per paura che potessi reclamare la mia dimora), rimettere in sesto i siti (tutti di nuovo online e operativi!), stare con la mia signorina il più a lungo possibile, rivedere qualche vecchio amico a Shanghai, organizzare il mio viaggio e, sopratutto, ottenere un visto per la Thailandia.

Sì, vado a vivere in Thailandia! Perché?

Questa è una storia che ti racconterò in una delle prossime puntate perché è l’una del mattino e domani ho un aereo che mi aspetta…

p.s. Adesso sai perché lunedì scorso non ho avuto tempo di pubblicare il mio articolo settimanale qui su NVL : P

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Commenti

  1. Emilio dice:

    Coraggio Ivan, da questa situazione saprai tirar fuori il meglio, come sempre!
    Sicuramente in Thailandia sarà un’esperienza interessante!

  2. Giuseppe dice:

    Ciao Furio, e mo che si fa, si registra il dominio thailandiaimport.com? E’ un tantino scocciante per il tuo business di consulenza, immagino.

    Quando penso alla Thailandia, che non ho mai visto come il 99,9999% del mondo del resto, mi viene in mente un documentario e un dettaglio di scarsissima importanza e utilità, ma che mi colpì moltissimo. In poche parole, si parlava delle divise scolastiche a cui i thailandesi tengono tantissimo, al punto tale che alcuni ragazzi scelgono tra i vari istituti tenendo conto anche dello stile, della divisa che dovranno indossare. Ovviamente non solo in base a quello, però sono fissati con l’eleganza della divisa. A dimostrare questo ricordo la testimonianza di una dirigente scolastica che, parole sue, avendo notato che i ragazzini non prestavano particolare attenzione nel tenere la camicia allacciata dentro i pantaloni/gonnellino, aveva fatto in modo che le camice non terminassero con quella classica forma a onda, ma che invece avessero una forma lineare e terminassero come un cilindro regolare. Ecco per lei, questo era un modo per combattere la piaga (senso ironico mio) dei ragazzini “sbardellausu”.

    Morale della favola, Furio te lo sto dicendo prima, sii elegante e “cingirì is scrazonis” ora lo sai in Thailandia non si scherza!

    • furio dice:

      Ciao,

      per il bizness nessun problema. Se fosse gestibile solo dalla Cina non lo avrei mai iniziato… e poi mica mi hanno bannato dalla Cina, semplicemente non vogliono che stia troppo tempo consecutivamente perché chi si comporta così e non ha un lavoro fisso spesso lavora come insegnante di inglese o altro illegalmente (ovviamente non era il mio caso ma loro non possono esserne sicuri).

      Haha sapevo che i giapponesi tengono tantissimo alle loro divise (per un senso di appartenenza); della Thailandia non avevo mai sentito però sì ho notato che all’uscita delle scuole tutti sfoggiano le loro belle divise.

Trackbacks

  1. […] già discusso le circostanze che mi hanno portato nella terra dei sorrisi nel mio ultimo articolo, La tempesta perfetta, dove narro del mio viaggio ad Hong Kong al cospetto del Signore dei Visti cui rimembranze […]

  2. […] così capita che anche Furio lasci la Cina. Chi segue Non Voglio Lavorare avrà forse letto di come non mi abbiano rinnovato il visto e di come sia dovuto partire in tutta fretta. Sì, Furio l’esperto dei visti ha dovuto […]

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