Non viaggiare con me in Laos! Perché? Leggi qua…

non viaggiare con me in Laos!

…Sono appena tornato dalla stazione degli autobus di Chiang Mai quando una macchina mi investe e mi fa volare due metri in avanti. Non l’ho proprio vista arrivare. Controllo se sono ancora tutto intero o se ho lasciato qualche ossa sul marciapide. Son un attimo sotto shock ma mi sembra di avere solo qualche escoriazione. Dovrei farcela anche stavolta.

Mi alzo e cerco con lo sguardo chi mi ha investito ma la macchina è già sparita. Son of a bitch…

Ma partiamo dall’inizio

E’ domenica mattina quando scopro che devo partire per il Laos a rinnovare il visto thai entro domani. Si va a Vientiane!

Lunedì pomeriggio sono pronto a partire. Mi sto portando dietro solo un po’ di soldi, il passaporto, l’iPod, la Canon Reflex, il portatile, una maglietta e due paia di mutande di ricambio. Il piano è quello di passare la nottata nell’autobus che mi porterà sino al confine con il Laos, andare direttamente al consolato thailandese di Vientiane, richiedere il visto, ottenerlo entro ventiquattro ore e tornare a Chiang Mai il prima possibile. Lo so che il Laos è un bellissimo paese e bla bla bla ma devo lavorare. Non c’è tempo per il turismo. Non stavolta.

Scendo in strada e chiedo al primo autista di tuk tuk che incontro di portarmi alla stazione degli autobus.

“200 Bath,” mi fa.

“What the fuck, non sono un turista, 80 Bath!”

“No my friend, station very very very far, 150 Bath.”

“Come on, se prendi la Super Highway ci vogliono solo dieci minuti per arrivarci e tra l’altro non paghi neanche le tasse, do you? E’ puro guadagno men…”

“Ok ok, 120 Bath.”

“100,” dico mentre sorrido.

“Ok, let’s go!”

Sono cosciente del fatto che mi stia fregando comunque visto che un thailandese non pagherebbe mai più di 60 Bath. Ma sono solo un semplice farang e non posso chiedere troppo dalla vita. E non ho né il tempo né la voglia di prendere un taxi pubblico, ché poi ci metto un’ora ad arrivare in stazione.

E comunque la cosiddetta “Super Highway” è una strada a due corsie infestata di moto e tuk tuk. “Highway Così Così” sarebbe stata un nome più azzeccato.

Mentre svoltiamo a sinistra sullo svincolo che ci porterà in stazione ci tampona una macchina da dietro. Una delle tre ruote del tuk tuk perde contatto con l’asfalto e quasi ci capotiamo. Dopo attimi di panico, mentre io mi tengo disperatamente alle barre arruginite che sostengono la capota, l’autista riesce a riprendere il controllo del mezzo e a parcheggiarsi al lato della stradaa.

Uff… se li merita tutti ‘sti 100 Bath. Lo pago e m’incammino verso la stazione mentre lui si accinge a discutere con il nostro benemerito tamponatore allo scopo di estorcergli più denaro possibile.

La sorpresa al consolato di Vientiane

E’ già martedì mattina quando arrivo a Nong Khai, attraverso il Mekong, entro in Laos e mi dirigo al Consolato Thai con un minivan. Insieme a me ci sono due ragazzi francesi, la fidanzata thai di uno dei francesi e un tedesco. A parte la ragazza, siamo tutti qui per lo stesso motivo: rinnovare il visto.

Quando, alle dieci del mattino, il minivan ci lascia di fronte al consolato l’unica cosa che posso pensare è “Merda.” Ci sono centinaia di persone accampate nel prato erboso davanti al cosolato. Non penso si ci sia un party improvvisato né una manifestazione, sono tutte qui a richiedere il visto. Prendo il mio numero: 304. Guardo a che punto siamo sul contatore: 37.

“Ok, mi sa che ci sarà da aspettare un bel po’,” mi dico.

Mi dirigo al bar di fronte al consolato per bermi un mango shake e mettermi a lavorare. Ma poi vedo i francesi che erano con me sul minivan e commetto un errore da principiante: mi siedo al tavolo con loro.

Stanno bevendo birra Lao e allora ordino una birra anch’io. Solo una, mi dico. Sì, “solo una” è un po’ come “domani smetto,” non funge.

Partiamo con le presentazioni.

Jean è un fotografo di circa quarant’anni che si è sposato con una thai e abita a Korat. Ha un sacco di storie divertenti sui suoi clienti (tra cui figura un principe saudita che lo paga 5,000 Euro al giorno per farsi fotografare durante le sue sortite e Neurodisnay, Paris) e sulla vita in Thailandia, dove risiede dal 2003.

Michel è… non lo so cosa fa Michel visto che quasi non parla. L’unica cosa che so è che si trova a Vientiane per rinnovare il visto e che si è portato dietro la ragazza.

And so we drink

Ordiniamo altre due birre. Sono anni che non parlo francese e all’inizio tendo ad inserire più parole in inglese del dovuto, producendo perle del calibro di “Et alors les gars, where do you venez?”

Mi vergogno un po’. Ho vissuto in Francia cinque anni, dovrei poter parlare francese in maniera quantomeno decente…

Chiedo il menu alla cameriera e punto l’indice sul pollo fritto con papaya. Non mi va di bere prima di pranzo e, vista la situazione, l’unica soluzione mi sembra quella di pranzare alle undici.

“No!” mi risponde lei.

“E questo?” chiedo, mentre indico speranzoso la foto di un piatto di carne di manzo con bambù.

“No!”

Mi guardo con i francesi e scoppiamo a ridere.

“Ok, whatever, due birre Laos please!”

“Vous etes aussi ici pour votre visa?” chiede qualcuno dal tavolo dietro il nostro. Un altro francese che, mentre aspetta il suo visto, ha saggiamente deciso di fare una capatina al bar per alcolizzarsi. Lo invito a sedersi con noi. Si chiama Robert e ha una storia interessante: è sposato con una thai e abita da anni nella giungla al confine con il Laos.

“Santé for the jungle!” dico in Frenglish prima di finire la birra.

Verso le tre Robert, che ha il numero 224, può finalmente consegnare i documenti per il visto per poi tornare a sedersi con noi. Do un’occhiata al mio numero… mancano ancora ottanta persone prima che sia il mio turno.

Nel frattempo Pan, la ragazza di Michel, sembra sempre più nervosa.

Sei troppo ubriaco per ottenere il visto

Alle quattro e trenta arriva finalmente il mio turno: consegno i documenti, pago 1,000 Bath e torno al bar dove c’è Robert ad aspettarmi con una Lao appena aperta. Dopo cinque minuti tornano anche Jean e Michel, che avevano preso il numero subito dopo di me.

Silenzio.

“Che succede?” chiedo.

“Mi hanno rifiutato il visto, dicono che sono troppo ubriaco,” spiega Michel.

“Whaaaaat?” grida Pai, “figlio di una gran troia, è la seconda volta che ti rifiutano il visto perché sei troppo ubriaco! E adesso cosa facciamo? Andiamo in Vietnam? Non ci posso credere!”

“Well baby… magari possiamo andare in Malesia, l’ultima volta a Kuala Lumpur mi hanno dato il visto,” dice Michel fissandosi i piedi.

Rientro in Thailandia

Il giorno dopo, verso le due, mi rendono il passaporto con un bel visto nuovo. C’è anche il ragazzo tedesco che era con noi sul minivan che ci ha portato al consolato. Mi dice:

“Vai a Chiang Mai? Se vuoi possiamo fare il viaggio assieme.”

“Ok, cool,” dico senza pensarci troppo.

Prendiamo un minivan sino al confine in modo da poter attraversare di nuovo il ponte sul Mekong, andare a Nong Khai e prendere un autobus notturno per Chiang Mai.

Il tedesco è un sedicente artista di quarantacinque anni. Lavora con… sinceramente non l’ho capito. No, davvero. Sostiene di essere il creatore di un materiale rivoluzionario che fonde il sapere degli artigiani giapponesi e quello degli indios colombiani. Punta a vendere le sue creazioni a un non meglio precisato museo e a varie gallerie d’arte… il problema è che è un po’ confuso e non riesce a spiegarsi troppo bene.

“E tu che fai?” mi chiede.

“Scrivo,” gli dico, sperando che non mi faccia troppe domande. Mi accontenta. Preferisce parlare della sua arte, utilizzando concetti sempre più astratti di modo ché quello che fa diviene ancora più misterioso.

“Vedi, sto sviluppando quest’idea da più di due anni, si tratta di un nuovo concetto ma adesso è arrivato il momento di parlarne con questo e quello.”

“Capisco,” annuisco nonostante non abbia capito proprio niente “bisogna saper vendere se stessi.” Mi butto sulle frasi di circostanza visto che non so cosa rispondere e ignorarlo mi sembra maleducato.

“NO, come puoi dire questo, non sono una prostituta!” Questi artisti vestiti da perroflauta sono così fottutamente sensibili.

“Dico, le tue opere sono la tua creazione e, in quanto tali, sono indivisibili dalla tua persona, quindi quando sostengo che devi saper vendere te stesso non intendo in maniera fisica, bensì figurata. Diciamo che devi far conoscere te stesso e, al contempo, la tua arte.”

Si tratta di un concetto abbastanza semplice per me. O perché pensi che i quadri di Picasso valgano milioni mentre una copia, seppur perfetta, non vale una mazza?

“No no no no, se sei davvero uno scrittore dovresti sapere che le parole sono IMPORTANTI, Ja? Devi essere PRECISO nella scelta della parole, come puoi dire che vendo me stesso?”

Azz, siamo sul minivan da meno di dieci minuti ed è già riuscito a farmi incazzare. Tedesco del menga. Siccome non vuole proprio stare zitto riesco almeno a sviare il discorso in modo che possiamo attraversare il confine in pace e prendere un tuk tuk sino alla stazione degli autobus di Nong Khai, dove arriviamo alle cinque del pomeriggio.

Posso tornare a Chiang Mai, please?

Chiediamo due biglietti per Chiang Mai ma la bigliettaia ci informa che non c’è più posto sull’autobus che parte alle sette. Riusciamo a comprare un biglietto per domani al prezzo di 7e6 Bath. Sembra che passeremo la notte a Nong Khai.

Il tedesco continua a disquisire della sua stramaledetta creazione. Alle undici riesce a cambiare soggetto, spiegandomi le ragioni del per cui ha deciso di costruirsi il sito da solo, programmandolo da zero in HTML anziché utilizzare un sistema di gestione dei contenuti come WordPress (il metodo più semplice è veloce, anche questo sito gira su WordPress).

“Vedi, il mio sito è TROPPO importante, ecco perché ci sto lavorando da due anni e non è ancora pronto.”

Io, che sono solo un povero scemo e di arte non capisco troppo, sono però convinto di una cosa: gli artisti migliori hanno tutti in comune lo stesso tratto: non importa se piova, si ammalino o ci sia terremoto, finire i propri lavori e farli conoscere al mondo è la cosa più importante. Se passi due anni a masturbarti mentalmente su un sito web allora non sei un artista, sei un cazzone.

“Ok, io ci ho messo cinque ore a costruire il mio sito, nei due anni successivi ho preferito scrivere, fondare un business che mi mantenga sino a quando non diventerò uno scrittore affermato e venerato dalle folle in delirio o rincorrere ragazzine in minigonna…”

“Tu non capisci, io devo VENDERE ME STESSO…”

Gli rido in faccia… lui sembra non cogliere l’ironia della situazione e allora gliela spiego:

“Men, questo pomeriggio mi hai fatto una paternale perché sostenevo che dovessi vendere te stesso come artista e che dovevo essere preciso e adesso utilizzi esattamente le stesse parole per esprimere lo stesso concetto. Scusa se ti rido in faccia mo o sei diventato una troia dopo che abbiamo passato il confine oppure non ti seguo più haha”

Sorride e dice: “Hai ragione, non avrei dovuto dire quella frase.”

Beh, almeno è dotato di un po’ di senso dell’umorismo. Magari è migliore di quello che pensavo. Mi addormento con più speranza per il futuro del genere umano.

Sì, forse ce la facciamo

Passiamo la giornata in un café sul Mekong dove riesco finalmente a tornare al lavoro. Il tedesco quando smette per un momento di parlare di sé stesso sa essere una persona interessante. Mi insegna un bel po’ di cose sulla differenza tra gli hanzi, i caratteri cinesi, e i kanji, quelli giapponesi.

Inoltre mi spiega che il tè verde che ho comprato a Chiang Mai, nonostante sia venduto da cinesi e sulla confezione siano stampati caratteri cinesi, è in realtà prodotto nel nord della Thailandia, al confine con la Birmania, dove abitano tantissimi immigrati cinesi che si rifugiarono nel triangolo d’oro dopo la presa del potere da parte dei comunisti di Mao Zedong. Pensavo fossero finiti tutti a Taiwan, mi sbagliavo.

Alle 6:30 andiamo alla stazione degli autobus e posso finalmente rilassarmi. Ma è troppo presto. Il controllore-cameriere-tuttofare che si occupa del nostro autobus ci informa infatti che dovremo cambiare mezzo ad Udon Thani perché quello su cui siamo seduti è un autobus Super VIP, che poi non si sa cosa voglia significare però questo è un altro discorso.

Sembra un po’ una truffa, sopratutto perché, nonostante sull’autobus ci siano diverse persone che hanno comprato il biglietto dopo di noi e hanno pagato la stessa tariffa, sembra che gli unici a dover cambiare di autobus siamo io e il tedesco.

Stand up for your rights!

Ci assale la paranoia. Ipotizziamo che abbiano venduto più ticket dei posti a disposizione sull’autobus e che abbiano deciso che siamo noi a doverci sacrificare e viaggiare in uno scomodissimo minivan anziché sul VIP bus per il quale abbiamo comprato il biglietto.

Il tedesco da di matto. Bestemmia in sanscrito e chiama un’amica thai per chiederle il numero della polizia di Udon Thani.

“In Thailandia esiste una forza di polizia speciale, la polizia turistica, che si occupa di difendere i diritti dei turisti. Se li chiamiamo la compagnia di viaggi può anche perdere la licenza.”

Mi sembra un’esagerazione. Inoltre non sono troppo convinto di voler discutere con la polizia. Da buon italiano nutro una naturale diffidenza per qualsiasi forma di autorità, polizia compresa. Allo stesso tempo se vogliono fregarci dovremo pur far qualcosa…

Il tedesco procede quindi a chiamare l’agenzia di viaggio proprietaria dell’autobus e informa la centralinista che chiameremo la polizia se tentano di farci cambiare autobus ad Udon Thani.

“Come puoi essere così calmo? Dobbiamo combattere, vuoi seguirmi in questa battaglia?” mi chiede speranzoso dopo che ha notato che anziché chiamare a destra e a manca mi sono semplicemente messo a leggere.

“Non c’è troppo che possiamo fare, magari hanno già risolto il problema, se c’è una cosa che ho imparato da quando abito in Asia è che sembra sempre tutto così complicato ma poi di solito si trova una soluzione che accontenta tutti.”

“Ja, è perché sto facendo io tutto il lavoro, ecco perché sei così rilassato.”

Paranoia portami via.

“Sì, hai ragione,” dichiaro prima di tornare al mio libro. Mi sembra che abbia ragione sui contenuti ma, allo stesso tempo, stia reagendo in maniera sproporzionata. Io voglio solo tornare a Chiang Mai e rimettermi a lavorare. Preferisco prendere un minivan di merda piuttosto che passare la notte ad Udon Thani con il rischio che domani ci capiti la stessa cosa. O peggio, passare la notte a discutere con la polizia thai, non proprio famosa per la sua onestà.

Arriviamo ad Udon Thani e l’inserviente ci informa di nuovo che dobbiamo cambiare autobus.

“Le ragazze lì in fondo hanno il nostro stesso biglietto, perché non chiedi a loro di cambiare autobus?” sbotta il tedesco.

“Chiamo la polizia turistica!” aggiunge prima di allacciarsi la cintura e incatenarsi idealmente all’autobus. Per tutta risposta l’inserviente va dalle ragazze e le spiega la situazione. Loro sorridono, prendono i bagagli e se ne vanno nell’altro autobus, che è parcheggiato a fianco del nostro, senza colpo ferire.

L’inserviente torna da noi e dice:

“Ok, le ragazze hanno cambiato autobus, tutti i passeggeri che hanno acquistato un biglietto da 746 Bath devono cambiare autobus perché questo è un Super VIP bus e il biglietto costa 950 Bath. Sorry.”

Ecco, non fa una piega.

“Noi non cambiamo nessun autobus! Mi avete venduto un biglietto dicendomi che avrei viaggiato su quest’autobus e adesso pretendo di arrivare a Chiang Mai con questo,” dice il tedesco, sempre più scomposto.

Da come si aggrappa al poggia testa mi fa pensare a Gollum…. il mio tesoro!

“Chiamo la polizia,” conclude.

“Ok, chiama la polizia,” lo sfida l’inserviente.

“Ok, fuck it,” dico rivolto al tedesco “men, hanno fatto un errore, avrebbero dovuto dirci ieri che in realtà l’autobus da 746 Bath era un altro e che avremo dovuto cambiare ad Udon Thani. Ma la realtà è che questo non è il nostro autobus; il nostro è quello vecchio lì di fronte. Prendiamo questo cazzo di autobus e andiamocene a Chiang Mai.”

“No no no no chissà com’è quell’autobus, e se non ha i sedili reclinabili? Ci hanno venduto un biglietto dicendoci che avremo viaggiato su quest’autobus e adesso ci dicono di cambiare, non è così che si fanno le cose, chiamo la polizia…”

“Senti, la ragazza che ci ha venduto i biglietti parlava inglese a malapena e probabilmente non ha neanche la quinta elementare. Ha fatto un errore a non avvisarci, ok, ma siamo comunque sull’autobus sbagliato. Non abbiamo alcun diritto di stare qui e tra l’altro non ho nessuna voglia di farmi controllare il passaporto da un poliziotto. Mi dispiace ma io me ne vado sull’altro autobus, tu fai un po’ come cazzo vuoi,” dico prima di raccogliere le mie poche cose, sorridere all’inserviente e alzarmi.

Lui mi ringrazia, mi abbraccia, mi chiede scusa e mi fa un inchino. Ecco, perfetto, adesso mi sento anche colpevole. Se chiamiamo la polizia magari l’agenzia s’inkazza con lui e lo licenziano pure, che tanto a rimetterci è sempre l’ultima ruota del carro.

Ok, avrebbero dovuto avvisarci del cambio il giorno prima ma ‘sti cazzi, dopotutto siamo a due passi dalla giungla, non nell’aula magna di Harvard University.

Il nuovo autobus…

A questo punto il tedesco si ritrova isolato e decide di seguirmi nell’altro autobus, che è più vecchio ma comunque comodo. Riusciamo finalmente a lasciarci Udon Thani alle spalle ma, dopo soli venti minuti, l’autobus si ferma in mezzo al nulla. Passano dieci minuti. Poi venti.

“Questo fottuto autobus è in panne,” dice il tedesco. Scendo in strada a controllare cosa succede e in effetti ha ragione. L’autobus è in panne e l’autista sta cercando di capire il da farsi. O, per essere più precisi, sta fissando il pistone che ha smontato. O magari è un cilindro. O un semiasse. Non sono troppo pratico di queste cose. Purtroppo anche l’autista ha l’aria di chi di meccanica non sa un bel niente. Torno dentro, mi siedo di nuovo nella mia poltrona reclinabile, e dico al tedesco:

“Sì, siamo in panne.”

“Vedi? Te l’avevo detto, è tutta colpa tua, dovevamo rifiutarci di cambiare autobus!”

“Hey hey hey nessuno poteva sapere che si sarebbe fuso il motore di questo cazzo di autobus, se no pensi che sarei sceso? Whatever, I’m going down.”

Passano dieci minuti e tutti i passeggeri, una quarantina di persone circa, sono ormai in strada ad analizzare la situazione. L’inserviente ci spiega, in Thai, che l’autobus è guasto e che ne arriverà presto un altro. Un monaco buddista ha la bontà di tradurre il tutto in inglese per noi farang (ci sono una quindicina di stranieri in viaggio con me). A questo punto una ragazza inglese esplode:

“FUCK FUCK FUCK voglio tornare ad Udon Thani, quest’agenzia di viaggi è una merda, non mi fido!” Il monaco la guarda e le dice:

“Non preoccuparti sorella, sta arrivando un altro autobus.”

“Vaffanculo anche tu monaco del cazzo, voglio tornare ad Udon Thani!”

“Capisco sorella, tutto andrà per il meglio, vedrai.”

“Ma VAFFANCULO và!”

Dopo circa un’ora di attesa arriva un altro autobus, molto più nuovo del precedente. L’inserviente fa salire gli stranieri e i monaci. Dopo di ché si chiudono le porte e l’autobus parte a razzo: è già mezzo pieno e non c’era posto per tutti.

Sicuramente avranno detto ai thai che viaggiavano con noi di tornare a casa ad Udon Thani. Non penso si tratti di razzismo: semplicemente se avessero lasciato a terra noi stranieri avrebbero dovuto pagarci un hotel o rischiare davvero di perdere la licenza per inadempienza dei diritti del passeggero. I thai invece possono tornare a casa loro. Si tratta della soluzione più economica per l’agenzia.

dal Laos alla Thailandia

Epilogo

Il tedesco sarà anche offeso ma continua a parlarmi senza soluzione di continuità. Mi spiega che ha un nome spagnolo perché è nato in Ecuador.

“Interessante, stiamo viaggiando assieme da più di due giorni ma non so come ti chiami,” osservo.

“Sì, sono un pragmatico, non dico il mio nome a persone che non ho intenzione di rivedere.”

“Ok, cool” dico, mentre penso che, nonostante neanch’io abbia alcuna intenzione di rivedere questo hippy troppo cresciuto e mezzo esaurito, non ci sia nessun bisogno di essere così sgradevoli. Dopotutto stiamo tornando a Chiang Mai e la vita è bella.

Mercoledì mattina arriviamo in stazione, dove prendo un taxi pubblico sino a casa. Appena scendo dal camioncino rosso una macchina bianca mi prende in pieno mentre sono ancora sul lato della strada e quasi mi ammazza. Ma questo lo sapevi già.

[Photo Credits: http://www.flickr.com/photos/smulan77/]

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Commenti

  1. Francesca dice:

    Ciao! Come sempre i tuoi articoli spuntano al momento opportuno, il tuo blog m salverà la vita prima o poi, al momento me la facilita ^^
    Volevo chiederti, ma per entrare in Laos c’è bisogno o no del visto? Io pensavo di farci un salto dalla Cina per poi attraversare il ponte che lo collega alla Thailandia e passare qualche giorno lì, ma mi sembra tutto troppo facile, vero?

    • furio dice:

      Ciao Francesca,

      per il Laos basta un VISA on arrival alla frontiera. Ci vogliono due foto e 30 Dollari Americani (non so se alla frontiera cinese accettino yuan, alla frontiera thai accettano Bath ma in dollari costa meno).

      In Thailandia puoi restare 30 giorni senza visto (ti fanno un timbro gratuitamente quando passi il confine). Se invece vuoi stare più di 30 gironi ti serve il visto (che puoi fare in Cina o a Vientiane).

      p.s. Da Luang Prabang (Laos) si può arrivare quasi sino a Chiang Mai (Thailandia) con un barcone. Il viaggio dura due giorni, lo ha appena fatto un mio amico.

  2. Puffo Verde dice:

    Madre mía, qué historietas, jajajajaja!!! El tedesco… Menudo personaje!! xD
    ¿Estás bien del todo? Estoy preocupada…

  3. Maria dice:

    Certo che i tedeschi non si smentiscono mai….(da una che vive in Germania).

    • furio dice:

      haha

    • Jappo dice:

      Il mio peggior compagno di stanza di sempre era un tedescone di nome Felix, non penso di aver mai incontrato una persona piu’….piu’… non mi viene neanche una parola.
      In ogni caso, vi dico solo che iniziai a tenere un diario sulle peggio cose che faceva, la mia idea era di scriverci un libro, ma non sono riuscito ad arrivare a 3 mesi di convivenza quando mi son ritrovato a scegliere fra la mia sanita’ mentale ed un omicidio.

  4. Giuseppe dice:

    Ciao Furio,
    i tuoi articoli sono sempre scritti bene e molto interessanti da leggere, complimenti continua così!! :-)

  5. Che storia incredibile! Ma poi il tedesco lo hai per caso reincrociato da qualche altra parte?

  6. Caro Furio , ogni tanto ti leggo ,e ammetto che sei paradossale ma unico nel vero,avrei da raccontarti anche io situazioni dell’ assurdo ,e propongo se mai tu volessi dialogare con me ,di sentirci e vederci in piattaforma/protocollo-www. skype ,sono in Thailand da anni 8 ,piu altri 6 a ritroso di A/R ,Italy/Thai,ho notato che sei una persona a mio parere squisita,.
    Buona Vita,SELFMADEMAN

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