La fine del lavoro

“Tornerà la moda dei vichinghi, torneremo a vivere come dei barbari”

Questo non è il motto del movimento Slow Food né un revival del luddismo. E’ l’incipit di Tramonto Occidentale, una canzone che Battiato cantava già nel lontano ’83.

Non ho la presunzione di affermare cosa volesse comunicarci il poeta, però la riascolto spesso, dandole un significato molto attuale.

In tanti si lamentano perché oggi non c’è lavoro, o magari perché non stanno facendo quello per cui avevano studiato.

Quest’articolo è un po’ il seguito di Come e perché la crisi ci fa bene, pubblicato qualche settimana fa.

La fine del lavoro

Jeremy Rifkin, un autorevole economista e giornalista americano, dieci anni fa scrisse un saggio chiamato La fine del lavoro.

Fu una lettura interessante, ma tutt’altro che rilassante.

Rifkin immaginava un futuro cupo nel quale pochi eletti – quelli che avevano studiato da tecnici – avrebbero lavorato per tenere in vita il sistema, ormai governato dalle macchine.

La maggioranza della popolazione avrebbe invece vissuto di assistenza sociale e si sarebbe dovuta rassegnare al volere dei tecnici, signori e padroni della nuova era.

Ipotizzava anche che i tecnici avrebbero vissuto in quartieri bunker per proteggersi dalla criminalità divagante dettata dalla disoccupazione ormai schizzata al 95 per cento.

“I computer sono inutili, possono solo dare risposte” Pablo Picasso

Mi piace pensare che Rifkin si sbagliasse.

Dirò di più. Sono così convinto che si sbagliasse che ho lasciato il mio impiego da tecnico – in passato progettavo sistemi di controllo per i robot – per dedicarmi a una carriera molto più a misura d’uomo.

Ci serve un leader

A mio parere il futuro sta andando in una direzione diversa da quella immaginata da Rifkin. Il mondo non ha bisogno di altri robot e tecnici (ce ne sono fin troppi), bensì di leader.

“Quando c’era Lui non c’eravamo noi che se c’eravamo noi saremo stati impallinati,” Caparezza

No, non sono un nostalgico del fascismo.

Non sto anelando a un grande leader che ci salvi dal disastro economico imminente e che ci guidi verso un futuro più sicuro. Di sedicenti illuminati ne abbiamo già anche troppi.

Quello di cui abbiamo bisogno è di gente che, in ogni campo, si riappropri delle proprie responsabilità, dei propri diritti e dei propri doveri.

Ci hanno viziato

E’ il secondo paradigma industriale che non ha alcun senso.

Pensaci bene.

Il fordismo, ridotto all’osso, predica la iper-specializzazione dei lavoratori in modo da ottimizzare i tempi e costi di produzione.

Così si sono venuti a creare tanti bei posti di lavoro quali “avvitatore di bulloni,” “verniciatore di specchietti,” “controllore della qualità dei fari abbaglianti” e via dicendo.

Ci hanno rubato la creatività.

E noi ci siamo adagiati.

“Bene, mi faccio assumere da una grande impresa, o magari dallo stato (yummmm, pure meglio), lavoro le mie 35 ore a settimana, me ne fotto dei risultati perché tanto mi accreditano lo stipendio indipendentemente da quello che combino e, sopratutto, mi faccio i cazzi miei.”

Alzi la mano chi non lo ha mai pensato.

Il giocattolo ha funzionato per cento cinquant’anni perché, prima dell’entrata sul mercato globale di chi era più affamato di noi (cinesi, indiani, brasiliani, etc.), la somma dei profitti era maggiore a quella delle spese (stipendi, macchinari e materie prime).

Ma il sistema in cui ancora viviamo è un’anomalia della storia. Le catene di montaggio non sono mai esistite prima del fordismo e, probabilmente, si estingueranno presto.

I nostri pronipoti apprenderanno della loro esistenza sui libri di storia di antica.

Un nuovo modo di vedere il lavoro

Forse dovremo smettere di vedere il lavoro come un posto in ufficio dove, indipendentemente dal fatto che si produca qualcosa o che si passi la giornata tra una partita a Campo Minato e un “mi piace” su Facebook, lo stipendio arriva comunque, quasi per grazia divina.

Perché dico che ci hanno “viziato”?

Perché se si lavora in una catena di montaggio non si ha quasi nessuna responsabilità. Basta presentarsi ogni giorno, fare il lavoro che ci è stato assegnato per otto ore e poi staccare la spina.

Se qualcosa non va possiamo sempre dissociarci, del resto noi abbiamo solo eseguito gli ordini che ci erano stati assegnati. Male che vada è colpa del capo.

Non me ne vogliano a male gli operai o gli impiegati, non ce l’ho con loro. Ho fatto l’esempio dell’operaio metalmeccanico perché tutto è partito da lì, da Detroit, da Henry Ford.

Ma le fabbriche non sono l’unico posto governate dalle catene di montaggio.

Pensa alla scuola

Una fabbrica di cervelli per definizione.

Sono sempre stato uno studente modello. Lo studente modello. Ma se ci penso bene è tutta una gran minchiata.

Agli studenti basta seguire il programma dettato dal ministro di turno, fare i compiti assegnati e aspettare il diploma.

Vi risulta che a scuola ci abbiano mai chiesto di pensare?

Ecco, perché a parte qualche eccezione dovuta a insegnanti un po’ fuori dagli schemi, non risulta neanche a me.

Si tratta di un’altra catena di montaggio. Non è un caso. Il sistema aveva bisogno di automi per far funzionare le fabbriche e la burocrazia. E la scuola si è adattata, fornendo quanto richiesto dal mercato.

Quei tempi sono finiti.

Quello di cui l’Italia e l’Europa hanno bisogno non è una nuova legge finanziaria che ridistribuisca una volta di più le poche risorse rimaste.

Soldi non ce ne sono. La coperta è corta.

Che c’entra Battiato in tutto questo?

C’entra e come. Riprendiamo la frase iniziale di Tramonto Occidentale, “Tornerà la moda dei vichinghi, torneremo a vivere come dei barbari.”

Quello che voglio leggere in questa frase è che anziché pensare ai robot e alle altre diavolerie tecnologiche, dovremo riappropriarci delle nostre responsabilità e smettere di lasciarci gestire dai ministri dell’educazione o dai padroni delle fabbriche.

Non è il lavoro che è morto, è l’idea che si possa vivere e lavorare senza prendere delle decisioni che abbiano un impatto sul nostro futuro che non ha più senso.

Ognuno di noi ha, nel suo piccolo, la capacità di tornare a essere indispensabile e di costruirsi un futuro.

Siamo nell’era di internet, dei servizi. Oggi bastano qualche centinaia di euro e tanto lavoro per fondare un business di successo.

Ringrazio Seth Godin, Chris Guillebeau e gli altri “rivoluzionari” che mi hanno indicato e continuano a indicarmi la via.

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Commenti

  1. Ciao, bello ed interessante il post. Sono d’accordo (e mi idenntifico, ahimé, in alcuni punti….), ma più che un commento mi permetto di dare un piccolo contributo. Sono alla mia terza azienda, di cui una medio grande ed una grande. In questi due casi ho assistito ad un interessante fenomeno: vi sono delle persone che al lavoro sono completamente demotivate, disinteressante ecc. Ma poi, “stranamente”, scopri che all’esterno sono attivissime in un altro campo. Magari nel no profit, magari in associazioni o similari. Si organizzano, si danno molto da fare, creano. Fin dal mio primo lavoro (ero ancora mooooolto naive) mi son chiesto perchè questo “spreco”: ma come, l’azienda dovrebbe essere l’apoteosi della dinamicità. Chi ha voglia di fare dovrebbe trovare l’humus perfetto per diventare un creativo gran lavoratore, far crescere l’azienda, il suo business, ecc. Poi, con gli anni, ho visto, capito e…..vissuto sulla mia pelle. Io la chiamo “La macchina della demotivazione”. E’ inarrestabile, invisibile (almeno all’inizio…), ti lavora ai fianchi fino a quando non riesce a stroncarti….un vero peccato, un grande spreco di eccezionali risorse umane. Alla fine diventi un peso di cui ci si deve liberare….mentre fuori, nelle altre attività, magari la persona è un leader atteso e seguito da tutti….L’Azienda, uno strano mondo……

    • Furio Fu dice:

      Ciao Alfredo,

      grazie per il contributo. Cito una tua frase:

      “Chi ha voglia di fare dovrebbe trovare l’humus perfetto per diventare un creativo gran lavoratore, far crescere l’azienda, il suo business, ecc.”

      Il problema è che se io lavoro per la tua azienda e tu mi paghi uno stipendio fisso io riesco a identificarmi più di tanto con l’azienda, non si tratta del MIO business bensì del TUO business. La poca motivazione nasce dalla mancanza di incentivi.

  2. Antonio dice:

    Anche io sto leggendo il libro di Guillebeau ;) (sono giunto quasi a metà ) è incredibilmente interessante ! Però sto ancora cercando di capire con cosa posso riuscire a “sfondare” !!! È sempre stato un mio obiettivo quello di fondare un’impresa di successo , fin da quando ero bambino guarda :D spero la mia mente si illuminò presto :) tu hai consigli da darmi ?

    • Antonio dice:

      * si illumini

    • Furio Fu dice:

      Ciao Antonio,

      io non posso consigliarti perché non ho idea di quello che sai fare. Inoltro sto anch’io cercando di trovare la mia strada. Quello che ti posso dire è che io sto cercando di seguire lo schema seguente:

      1) Cosa mi piace fare?
      2) Cosa so fare meglio degli altri?
      3) Tra quello che mi piacerebbe fare e quello che so fare, qual’è il prodotto o il servizio per cui la gente è disposta a pagare?

      Ecco, se riesci a trovare una nicchia che stia all’intersezione dei tre punti che ho descritto sei a cavallo : P

  3. Antonio dice:

    Me sono fiducioso perché il punto 1 e 2 sono già pronti quasi :) il punto 3 non riesco ancora a raggiungerlo !! Ci devo lavorare ancora …

  4. Mi piace finalmente leggere di queste cose su un sito italiano e scritte anche in maniera saggia.
    In questo post ci sono molti problemi squisitamente italiani che richiedono anni di discussione.
    La non creatività del lavoro nelle grandi corporazioni è un problema di tutto il mondo occidentale, ma almeno molte aziende private danno i premi produzione e permettono di fare carriera in base al merito.
    In Italia, abbiamo tanti problemi gravi, tutti di tipo culturale.
    Secondo me, il più grave è non dare il giusto peso al fatto che il lavoro è qualcosa a cui dedichi una parte molto lunga (se non la più lunga) di quasi tutte le tue giornate, ma soprattutto la parte migliore, quella più produttiva e più sociale.
    Realizzando questo, come puoi accettare di farlo in un luogo, con persone e su attività che ti fanno dormire o, peggio, star male e non ti fanno crescere in nessun senso?
    Spesso, pensare di voler fare un lavoro che “ti piace” è visto come un capriccio da giovinotto che non si rassegna che per campare bisogna soffrire…
    Ci sarebbe così tanto da dire e ho così tanta rabbia per la situazione del nostro Paese, che mi fermo qui.
    Buon lavoro!

    • Furio Fu dice:

      Ciao Alberto, grazie per il lungo commento.

      Io tendo a vederlo come un problema globale anche perché, abitando in Cina, mi capita di notare anche molta più alienazione di quella che si vede in Italia.

      Comunque il mio punto di vista non vuole essere vittimistico nel senso “è colpa dei padroni, le fabbriche e le imprese dovrebbero essere un posto migliore.”

      No, io chiedo “Cosa possiamo fare per migliorare la nostra situazione?”

      Non offro soluzioni a breve termine, bensì pongo un problema che riguarda anche me e tento, lavorandoci ogni giorno, di risolverlo nel mio piccolo.

      Diciamo che come dici tu c’è tanto da dire e che questo è solo il secondo articolo di quella che – prevedo – sarà una lunga serie di post che riguarda la re-definizione della parola “lavoro” e cosa si può fare per assumere il controllo della nostra vita.

      Spero che i prossimi articoli siano più pratici ma un po’ di “teoria” è necessaria perché tanti partono da presupposti secondo assurdi ; )

      p.s. A chi mi suggerisce che aspirare a un lavoro che “mi piace” sia un capriccio rispondo educatamente di andare affanculo : )

      • Antonio dice:

        A me è stato detto qualche volta che fare nella vita ciò che piace è considerato quasi da “pazzi” visto che bisogna soffrire !! Vabbe…

        • Furio Fu dice:

          Fare qualcosa che ti piace non è strettamente correlata alla sofferenza che accompagna l’azione.

          Io adoro scrivere ma ogni volta che lo faccio soffro come un cane.

          Questo stesso articolo mi è costato non poca sofferenza. Ma va bene così perché ho creato qualcosa che mi piace e che mi fa stare bene.

          • Antonio dice:

            ecco ora si che ci siamo!! Anche io cmq mi stanco nel mentre di qualcosa che mi piace, però nonostante a volte stia quasi per mollare non lo faccio mai ;) !!! Proprio perchè amo fare quella cosa

      • Ti dico in anticipo che probabilmente sarò d’accordo con tutti gli articoli della serie :-). Probabilmente abbiamo anche fatto le stesse letture.

        Sono certo che la Cina sia ancora più alienante, però non la confronterei con i Paesi occidentali.

        Per conto mio sto facendo collimare passioni, abilità e mercato nel mio sito sulla fotografia http://www.fotocomefare.com. Qui sto sperimentando tecnica di internet marketing, copywriting e così via e dimostrando un po’ alla volta che ci si può inventare un lavoro.

        • Furio Fu dice:

          haha piccolo il mondo! Il tuo sito lo conosco dal 2011, da quando cioè ho comprato la mia adorata Canon 600D e avevo bisogno, appunto, di capire come fare per utilizzarla.

          Eh Alberto, mi sa che qui ci scappa un’intervista : P

          • Eccezionale.
            Per l’intervista (o qualsiasi altra idea di collaborazione) sono disponibile.

          • Furio Fu dice:

            OK, aspettati un’email targata Furio. Ti scrivo appena ho il tempo di aggiornarmi su cosa stai combinando sul tuo sito (ultimamente ho un po’ trascurato la fotografia!)

  5. Ricevuto, sarò pronto.

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  6. […] da quella sperata dai nostalgici del comunismo e delle catene di montaggio. Ne ho già parlato ne La fine de lavoro quindi non mi […]

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