Ecco perché ho tre nonne – Una storia vera

torino

La settimana scorsa ho ricevuto quest’e-mail da Filippo:

“Furio, un anno fa ti ho scritto per chiederti un parere su che cittadinanza avrei dovuto scegliere. Quando hai pubblicato la mia storia non mi sarei mai aspettato che sarebbe diventata il terzo articolo più commentato su Non Voglio Lavorare e il terzo risultato su Google.it per la parola chiave “Doppia cittadinanza italiana cinese.” Oggi volevo inviarti una storia, la mia storia, anche solo per fartela conoscere. Se la ritieni interessante ti do l’autorizzazione di pubblicarla!”

Il fatto che un lettore si fidi di me a tal punto da chiedermi un parere sulla sua cittadinanza, da un lato mi riempie di orgoglio e dall’altro mi spaventa un po. Detto questo, ho risposto:

Uppss, non sapevo che la tua riflessione sulla doppia cittadinanza fosse finita sulla prima pagina di Google… Bella la tua storia, la pubblichiamo lunedì!

Ecco la storia di Filippo:

Alcune volte il destino ci riserva delle storie che per un attimo ci fanno pensare che la vita non sia fatta solo di schifezze ma anche di amore, affetto e solidarietà. Io oggi sono qui per raccontarvene una.

Era una fredda sera alle porte di Torino e una signora di quarantasette anni con i capelli a caschetto stava rientrando dal lavoro. Si chiamava Germana.

A Germana, vedova di pochi mesi, erano erano morti due fratelli l’anno prima. Aveva inoltre due figlie da mantenere. E a quarantasette anni si è troppo giovani per rimanere vedove. Germana cadde così in depressione.

Un giorno, mentre rientrava dal lavoro, notò una ragazza di circa venticinque anni, chiaramente incinta, seduta davanti alla porta di casa. Osservandola meglio si rese conto che si trattava della nuova vicina, un’asiatica che si era trasferita lì da poco.

Non riusciva a staccarle gli occhi di dosso, e ormai fissandola al limite dello stalking, oltre il buio vide che aveva gli occhi stanchi, la sclera – ovvero la parte bianca dell’occhio, di un colore giallastro.

Non si trattava certo di un presagio positivo. Ma la ragazza portava un bimbo in grembo e un impulso materno si impadronì di Germana.

La portò subito in ospedale. Il medico le diagnosticò un’epatite acuta. Le fece inoltre un’ecografia per verificare le condizioni del feto. Ogni volta che racconta la storia, Germana ripete ossessivamente le stesse parole:

“Sullo schermo dell’ecografia scorsi una mano, sembrava quasi che mi salutasse. Mi si gelò il sangue. Quella manina mi ha ridato la forza di vivere. Ero in depressione ma vedere una nuova vita salutarmi mi emozionò.”

“Il bambino è un maschietto,” decretò il medico, che poi aggiunse:

“A causa della malattia, per evitare complicazioni dovremo effettuare un cesareo.”

Dopo due mesi di ospedale la ragazza, che arrivava dalla Cina, tornò a casa. Era sana, e portava in braccio un bimbo. Germana aveva salvato due vite umane.

Ogni giorno, all’uscita della scuola, le figlie di Germana passavano a prendere il bambino a casa della madre per portarlo dalla signora che lui imparò a chiamare “nonna.”

Ecco, questa è la mia storia.

[Photo Credits Torino: www.flickr.com/photos/fraublucher/]

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