Come apprendere l’inglese in cinque settimane e presentare di fronte a 200 sconosciuti

imparare l'inglese a Londra

Due settimane fa ho scritto un articolo su come imparare l’inglese da casa. Oggi vorrei parlarti di come l’ho imparato io per convincerti che, a patto di avere le giuste motivazioni, tutto è possibile.

A che serve l’inglese?

Per colpa di un sistema scolastico quantomeno scandaloso non ho mai studiato l’inglese. Mi sono dovuto accontentare del francese. I dettagli, conditi dalla mia guerra personale con la mia maestra di francese leopardata, si trovano su un post che ho scritto tempo fa su Sapore di Cina.

Così nel 2007, alla veneranda età di venticinque anni, mi trovai ad essere probabilmente l’unico studente di dottorato in ingegneria che non sapesse spiccicare una parola in inglese. Nothing.

Non solo questo fatto continuava a mettermi in imbarazzo ogni qualvolta avessi bisogno di comunicare con un professore straniero o con uno studente appena arrivato, ma m’impedirmi anche di concludere faccende ben più importanti, ad esempio approfondire il discorso con una bella tedesca conosciuta durante una gita a Parigi.

La resa dei conti arrivò a fine Giugno, quando il mio supervisore mi informò che il sette settembre avrei dovuto presentare il mio progetto di ricerca di fronte ai grandi capi di ArcelorMittal, la multinazionale dell’acciaio che pagava metà della mia borsa di studio, e ad altre duecento persone.

Anche se eravamo in Francia, sia i pezzi grossi di ArceloMittal che buona parte degli invitati non si era mai preso il disturbo di imparare il francese (come darli torto?). Quindi avrei dovuto presentare in inglese, lingua che a quei tempi padroneggiavo quanto l’egiziano antico.

Panico.

London calling

Avendo poche settimane di tempo decisi che l’unica soluzione era quella di immergermi in un ambiente dove avessi potuto parlare, vivere e respirare solo in inglese. Chiesi al mio capo di assentarmi per cinque settimane (le vacanze sarebbero dovute durare tre settimane ma tra le mie caratteristiche più peculiari c’è sempre stata quella di allungare le mie vacanze con una scusa più che valida) e passai il poco tempo rimasto ad organizzare il mio viaggio a Londra.

Non è che a quei tempi fossi un fulmine di guerra nell’organizzare viaggi, però riuscì comunque a comprare un biglietto di treno Parigi-Londra e a trovare una scuola non troppo cara in Baker Street (the Rose of York Language School). La segretaria della scuola, una gentilissima ragazza sudamericana, mi aiutò anche a trovare una sistemazione presso una famiglia londinese.

Non ricordo i dettagli ma il pacchetto completo – biglietto di treno + cinque settimana di corso intensivo d’inglese (sei ore al giorno) + alloggio e colazione in famiglia – mi costò circa 1200 euro. Praticamente il mio intero stipendio. Lo reputai comunque un prezzo onesto, visto che comunque stavo andando a London City nella stagione di punta.

Lo sbarco a Londra

Una volta arrivato a Londra riuscì subito a trovare la stazione della metro e comprai un biglietto. Mi costò quattro sterline, ai tempi circa sei euro visto che ebbi l’idea di andare in Inghilterra esattamente quando la sterlina era valutata molto più dell’Euro. Doh!

Dallo sguardo distratto che avevo dato alla mappa della Tube, il nomignolo che i londinesi hanno dato alla loro metropolitana, sapevo che la “mia” nuova famiglia si trovava vicino alla fermata della metro di Arnos Groves, a nord lungo la linea blu.

Non avevo però considerato che Londra è immensa e ci volle più di un’ora per arrivare a destinazione. Mi resi conto della mia reale situazione solo quando arrivai nella nuova casa.

Mi spiego, la mia famiglia era davvero inglese. Nel senso che parlavano solo inglese, una lingua a me ignota. Si trattava di una coppia con quattro figli, di cui due all’università (io dormivo nella stanza del figlio maggiore, mamma adesso non farti venire strane idee tipo provare ad affittare la mai stanza a un inglese grrrrr) e due ancora al liceo.

La figlia piccola sembrava autistica. Non che lo fosse realmente, però passava il tempo a leggere romanzi in giardino. Giorno e notte. Nonostante il mio fascino mediterraneo non mi degnò mai di uno sguardo. Il fratello tentò di essere più amichevole ma non c’è tanto da discutere con un ragazzo che non parla la tua lingua. E così mi abbandonò presto al mio destino.

I padroni di casa furono invece più clementi e continuarono sempre a spronarmi e a parlarmi in inglese di cose che non capivo (golf, vacanze alle Maldive e il coraggio dei soldati inglesi durante la seconda guerra mondiale). Andare a vivere in un ambiente 100% English fu sicuramente uno dei motivi che mi consentirono di imparare la lingua abbastanza velocemente. Ma non so quanto la mia famiglia influì visto che passai ben poco tempo a casa.

La scuola in Baker Street

Anche se abitavo alla periferia dell’impero, la scuola si trovava in Baker Street, una perpendicolare di Oxford Street, il cuore di Londra. Quindi ogni mattina dovevo alzarmi prima delle sette in modo da poter arrivare a scuola per le nove, l’orario di inizio delle lezioni.

Appena arrivato a scuola fui sottoposto a un test d’ingresso. Visto il mio livello pietoso mi piazzarono con i principianti. Appena entrato in classe la cosa che m’impressionò di più fu il cartello enorme appeso al muro:

Electronic dictionary are not allowed in this classroom.

I dizionari elettronici non sono ammessi in classe. Pensai:

“Ma chi è che che va in giro con un electronic dictionary?” (Eravamo ancora nell’era geologica pre-smartphones).

Ma poi arrivarono cinque ragazze giapponesi, tutte equipaggiate di e-dictionary, il bisnonno dell’iPad.

Ogni volta che l’insegnante illustrava la differenza tra “bigger” e “biggest,” o un altro aspetto della grammatica inglese, le ragazze si esibivano in un suono che a quei tempi mi era ancora inusuale:

Ohhhhhhhh.

Adesso so che “Ohhhhhhhh” è il modo che hanno gli asiatici per comunicare di aver capito, ma nel 2007 la cosa mi lasciò basito.

E così passai due settimane in purgatorio con i giapponesi prima che il mio livello d’inglese mi permettesse di approdare alla classe successiva, il livello pre-intermediate.

La classe del secondo livello era più eterogenea. C’era una modella brasiliana che si era trasferita a Londra per seguire il fidanzato, una diciassettenne palermitana, il figlio di un riccone arabo, una russa che riuscì a portare a Greenwich ma che non volle più uscire con me dopo che, sbadatamente, mi sedetti sull’allarme della metropolitana facendolo scattare e provocando un ritardo di venti minuti sulla linea ferroviaria, e altri personaggi che ho dimenticato. Ma, sopratutto, c’era una ragazza thailandese di cui mi innamorai follemente.

Le mie giornate erano scandite dalle lezioni (dalle nove alle sedici con pausa pranzo di un’ora), i compiti (che di solito svolgevo durante le mie interminabili commutazioni in metro tra casa e scuola), le mie scorribande alla scoperta di Londra, dei suoi artisti di strada e dei suoi pub, e le mie uscite romantiche con una thailandese che parlava meno inglese di me e tra l’altro aveva un accento, quello asiatico, che ai tempi mi sfuggiva.

Iniziai persino a leggere le pagine sportive del quotidiano che ti regalano all’entrata della metro così da imparare vita, morte e miracoli di David Beckam, Alex Ferguson, l’Arsenal Stadium e Paul Gascoigne.

La presentazione

Quando tornai in Francia, back to reality, mi venne una mezza depressione. Non solo persi la ragazza. Mi mancava Hide Park, Oxford Street, Salsa! (la balera più grande che mi sia mai capitato di vedere, se escludiamo quelle di Bogotà), i festival musicali e il melting pot culturale che, a parte Londra, si può forse trovare solo a New York e nel quartiere francese di Shanghai.

E invece dovevo pensare alla mia presentazione.

La imparai quasi a memoria e, quando salì sul palco, tremando. Il mio livello d’inglese era sicuramente molto meglio di quello che avevo cinque settimane prima, ma da qui a sentirsi sicuri nel presentare di fronte a duecento persnoe ce ne passa.

Riuscì in un modo o nell’altro ad andare avanti lungo le mie dodici trasparenze, condendo le immagini stampate su un Powerpoint con il mio inglese nuovo di zecca. Andò bene, ricevetti persino un applauso.

L’unico a causare qualche problema fu un professore di Saragozza che mi fece una domanda che non riuscì assolutamente a capire. A parziale giustificazione c’è da dire che lui parlava inglese peggio di me (poverino, non era mai stato a Londra) e probabilmente non lo capì nessuno.

Il succo del discorso

Quello che m’insegnò questa storia fu che niente è impossibile. Avevo sempre sognato d’imparare l’inglese, magari poter capire i testi delle canzoni che ascoltavo o viaggiare per il mondo senza dover fare la figura dell’italiano pane pizza e parmigiano, ma sempre con un sempre con impotenza.

L’inglese per me era un frutto proibito. Io al massimo potevo imparare il francese. Ero arrivato, assurdamente, a invidiare inglesi e americani perché loro sì, parlavano inglese. Ancora mi vergogno di aver provato sentimenti simili.

Poi arrivò la notizia di questa presentazione e, in cinque settimane, imparai più inglese che nei venticinque anni passati. Chiaramente il livello acquisito non mi consentiva ancora di padroneggiare la lingua come avrei voluto, però potevo parlare, capire, comunicare!

E se a Londra non posso andarci?

Una volta tornato da Londra decisi d’impegnarmi a migliorare il mio inglese. Non abitando più in un ambiente dove parlarlo in maniera regolare fosse possibile e non avendo tempo (né voglia) per frequentare una scuola, decisi di migliorare la mia conoscenza dell’inglese da autodidatta.

Come ci sono riuscito? Leggi Come imparare l’inglese da casa: 12 consigli pratici.

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Commenti

  1. Stefano dice:

    Hai dimostrato che volere è potere.
    Bravo.

  2. Antonio dice:

    ma è normale che rimango fino alle 2 di notte a leggere i tuoi articoli?? Sei un grande, ma soprattutto sei da esempio per molti che stanno avendo l’idea di lasciare questo paese (magari uno spera non per sempre, ma visto come stanno andando le cose qui…bah che dire…). Nella vita tutto si può fare…e il freno viene azionato solo da noi stessi, perchè magari influenzati dai genitori (che comunque ci tengo a precisare, vogliono solo il nostro bene), dagli amici che ti possono prendere in giro magari dicendo “ma che vai a fare all’estero…codardo, pensa a studiare e a lavorare qui…la crisi è una questione psicologica (si peccato che i miei genitori non sono in grado di darmi un bel calcio nel sed…ehm scusa..raccomandarmi per avere un posto di lavoro indeterminato). Mi hanno dato del pazzo per le scelte che ho fatto nella vita e per quelle che ho intenzione di fare nel giro di un anno…figuriamoci se riesco (e ve la farò PER ME STESSO) a fare almeno metà delle cose che voglio portare a termine come mi definirebbero.

    Continua così con il tuo blog, è un piacere leggerti

    Ciaooooooooo :)

    • Ivan dice:

      Ciao Antonio,

      grazie per il bel commento. Non è sempre così scontato che parenti e amici vogliano il nostro bene, quando ci consigliano.

      Spesso sono solo spaventati che, se partissimo, una volta rientrati saremmo diversi.

      Paura più che legittima. Chi parte torna sempre cambiato, il 90% delle volte in meglio.

      Ma questo cambiamento una volta tornati a casa può essere causa di problemi perché “non sei più quello di una volta.”

      Esiste addirittura una cosiddetta “sindrome Erasmus.” Ne sono a rischio tutti quelli studenti che, una volta tornati da un soggiorno di un anno all’estero, non riescono più a riadattarsi.

      Io la chiamo “shock culturale al contrario” : P

      Io sono stato fortunato perché sia i miei genitori che i miei amici hanno sempre capito e assecondato questo cambiamento come qualcosa di positivo.

      Ma si tratta di equilibri delicati.

      I.

      • Antonio dice:

        Concorso pienamente con te ;) grazie per la risp. Anche per te ci sarà stato qualcuno che ti avrà detto di non partire,ecc. Peró alla fine sei tu che devi decidere per te stesso anche se gli altri sono d’accordo o in disaccordo !! L’esempio che ho io è quello di mio fratello che una volta andato via (èstato in parecchi posti) ha trovato il coraggio e la voglia di fare quello che voleva ! Adesso ha quasi 30 anni e sta prendendo la seconda laurea (beato lui :D ) . Con ció non voglio dire che bisogna partire per forza e lasciare la nostra beneamata patria, ma se uno sente questo desiderio perché vuole conoscere altre realtà , vuole lavorare all’estero dove sicuramente c’è molta più meritocrazia , allora è giusto che vada per la sua strada ;) poi ognuno è libero di pensarla come vuole !! Il mondo è bello per questo :) ma sicuramente tu avrai capito che io non la penso come tante altre persone !!!

        • Ivan dice:

          Sì può partire per tanti motivi.

          Io ad esempio avevo avuto varie offerte di lavoro già le settimane prima di laurearmi però ho scelto di partire lo stesso.

          Volevo vedere il mondo, imparare le lingue, crescere, capire.

          L’unica volta che qualcuno ha provato a scoraggiarmi è stato quando dalla Francia ho deciso di spostarmi in Cina.

          Ma se ci ripenso non si è mai trattato dei miei amici. Sempre di conoscenti, persone che di me non sapevano un benemerito cazzo.

          Per adesso ti auguro buona fortuna. Spero che continuerai a leggermi e che mi farai (ci farai) sapere cosa sceglierai : )

  3. Maria_boux dice:

    Bellissimo questo post! Ti capisco benissimo, io ho imparato l’inglese solo grazie ad un anno vissuto negli Stati Uniti e non l’ho trovato particolarmente traumatico (ero 17enne). Il problema e stato quando sono arrivata qui (in Germania) l’anno scorso senza sapere una parola di Deutsch con un lavoro full time in inglese a quasi 30 anni.Ho provato a studiare il tedesco ma è stato cosi frustrante,perché a volte mi sembrava che non mi ci entrasse in testa un’altra lingua. Nonostante tutto,a forza di provare provare,studiare la sera, cercare di parlare a gesti o mixando l’inglese, lo sto imparando e adesso mi sento di aver conquistato il mondo,e ho scoperto che il tedesco e molto meglio dell’inglese e passerei ore a studiarlo!sembra che studiare le lingue ti crei dipendenza e non ne ho mai abbastanza(-:

    • Furio Fu dice:

      Ciao Maria,

      penso che la “dipendenza” sia dettata da due fattori:

      1) Il tedesco è una lingua difficile e quindi rappresenta una sfida intellettuale

      2) Siccome vivi in Germania sai bene che parlare tedesco in maniera “fluente” migliorerebbe la tua qualità di vita, sopratutto per quanto concerne i rapporti umani ma, a seconda del lavoro che fai, anche quelli professionali.

      Capisco quello che si prova visto che combatto da tre anni con il cinese (altra lingua… ostica)

  4. Bene sono “incastrata” nel blocco mentale sull’inglese come fu per il tuo francese, del resto a scuola chi non ha mai incontrato “mostri” che dominavano sulla materia.
    La mia maestra di inglese era scolorita dalla nebbia e aveva i foruncoli nelle rughe probabilmente dovuti alla cattiva alimentazione. Ricordo compiti devastati, un mare di correzioni”rosse” come le sue orecchie.
    “errori, errori solo errori”.
    Ecco si bisogna cambiare il punto di vista non vergognarsi ma ironizzare.
    Anche a me per serve lo “shock” culturale ed ambientale.
    E non nego che ho una repulsione per il regno unito di gran Bretagna (che comunque mantiene la guida a destra) e non ha alcuna sensibilità estetica.
    Comunque preferisco cominciare dall’inglese e rimandare il cinese per ora.

    • Furio Fu dice:

      “La mia maestra di inglese era scolorita dalla nebbia e aveva i foruncoli nelle rughe probabilmente dovuti alla cattiva alimentazione”

      haha caratterizzazione del personaggio molto efficace!

      Good luck con l’inglese : )

  5. Silvana dice:

    Complimenti per la tenacia che dimostri d’avere in tutto ciò che fai, seguo anche Sapore di Cina. Mi spieghi però una cosa, perchè invece che scrivere “riuscii” scrivete “riuscì”, come vedo anche in qualche commento, c’è qualcosa che non so?

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  1. […] il punto non è questo. Metterti nella posizione (a volte scomoda) di parlare la lingua sin dal principio ti garantirà progressi molto più rapidi ed ti eviterà di […]

  2. […] mi dirai che non hai tempo. Beh, io anche quando lavoravo in ufficio riuscì a negoziare cinque settimane a Londra a patto di imparare l’inglese (mi serviva per il lavoro). […]

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